IL BUIO NELL' ANIMA |
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IL BUIO NELL' ANIMA - Scheda del film
IL BUIO NELL' ANIMA - L'opinione dei nostri visitatori
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Altre recensioni:
1
Opinione di cristianvito su IL BUIO NELL' ANIMA , 12/04/2008 Voto: ![]() Scrivi la tua recensioneFilm notevole. L'ho visto nell'edizione originale anglofona ed ho molto apprezzato la recitazione di Jodie Foster. Mi è piaciuto molto anche il finale "politically uncorrect". Ho quindi evitato di soffermarmi su alcune licenze poetiche(a New York è praticamente impossibile, per un normale cittadino, acquistare legalmente un'arma corta: il dialogo tra Jodie e l'armaiolo, relativo ai 30 giorni per ottenere il permesso d'acquisto, è, dunque, pura fantasia).... Opinione di Fabio su IL BUIO NELL' ANIMA , 06/03/2008 Voto: ![]() Film bellissimo ricco di emozioni e colpi di scena!!Lo consiglio Opinione di Horst Heiko su IL BUIO NELL' ANIMA , 06/05/2008 Voto: ![]() Erica Bain è una voce, non un volto. E’ con questa frase che il film di Neil Jordan comincia: quasi un intento programmatico per dimostrare che di rapporti con la realtà stiamo parlando; una realtà che è vista e percepita attraverso i media, intesi sia come mezzi espressivi (ciascuno con capacità e limiti suoi propri) che come mezzi di comunicazione moderni. Ed è una realtà che cambia all’improvviso, in cui è la paura verso il “diverso” a farla da padrona, e ci vede tutti più vulnerabili e nello stesso tempo estranei a noi stessi. Una mutazione quasi genetica, che ci porta a scambiare il ruolo di vittima e carnefice, a ragionare con scarti improvvisi, a vaneggiare nel tentativo di comprenderla. Erica parla alla radio, cambia la sua voce, gira per New York captando suoni, è ancorata ad un passato che non ritornerà e di cui sente acutamente la mancanza, mentre i suoi assalitori sono il futuro che è già presente, colmi come sono di telefonini di ultima generazione e videocamere; sono loro i “diversi” che ci stanno assalendo, che stanno distruggendo il nostro mondo, ma noi cosa facciamo per salvarci? Potrà bastare rinchiuderci nelle nostre fortezze e seguire i precetti morali di un tempo, come fa il detective Mercer, oppure dovremo cavalcare l’onda come fa la sua ex moglie, un tempo avvocato progressista e ora arrampicatrice sociale priva di scrupoli? O come fa poi Erica, fra lo sconcerto della sua responsabile, di alcuni suoi ascoltatori e di se stessa, che allarga le sue trasmissioni in radio alle telefonate di chi si compiace dei gesti del misterioso vigilante che ripulisce la città dalla feccia? E siamo sicuri che questo ci salverà? E anche se continueremo a omettere un giudizio sulle nostre azioni criminose, siamo sicuri che questa spirale di violenza abbia una fine, oltre che un fine, e che non arriveremo a un punto in cui dubiteremo perfino di come sia iniziato tutto quanto? Diffidare di chi spaccia questa pellicola come un nuovo Giustiziere della notte è un obbligo addirittura morale: non vi è niente dell’efferatezza con cui il Bronson del film di Winner del 1974 uccideva senza pietà i criminali, e non vi è neppure l’ombra di un malizioso compiacimento verso i gesti di Erica, né nello sguardo di Jordan né nei gesti della stessa protagonista, che si meraviglia con terrorizzato stupore di quanto le sue mani non tremino mentre spara, e di quanto sia semplice sfuggire alle telecamere che ci spiano dappertutto e alle indagini della polizia. Si può anzi dire che i comportamenti di Erica (cui dà volto e corpo una al solito stupefacente Jodie Foster) non sono affatto dettati dalla vendetta, quanto da una difesa, legittima o meno che sia, nei confronti di quella città da lei un tempo amata e subito dopo detestata perchè ansiogena e incomprensibile. Se le premesse sono ottime, e i temi sviluppati disegnano una storia ambigua e tutto sommato affascinante, bisogna però dire che man mano che il film si dipana la trama si sfilaccia, e Jordan non riesce a tenere con un piglio sicuro tutte le briglie che fuoriescono da un racconto forse troppo denso di metafore e simboli. Piccoli errori di scrittura, alcune scene fuorvianti se non inutili, personaggi sopra le righe (il collega di Mercer, cinico e rozzo, o la vicina di casa di Erica), rischiano di distogliere l’attenzione del pubblico da una materia la cui turgidità avrebbe meritato maggior dedizione. E il peggio si raggiunge nell’ultima mezzora, in cui la pellicola scade inopinatamente nel più bieco didascalismo, operando un cambiamento di prospettiva tale per cui la simbologia dei 90 minuti precedenti, in qualche maniera misurati e rigorosi, lascia il posto al desiderio spasmodico di vendicarsi di un torto, quasi per riappropriarsi di un’identità perduta, e ad una complicità inusitata di Mercer che fin a quel momento appariva granitico nei suoi valori di bravo e “scientifico” poliziotto. Fino a un’ultima inquadratura di una sconcertante banalità, che fa dimenticare del tutto la profondità delle considerazioni svolte durante l’arco di tutto il film. Resta un’interpretazione, a solito, straordinaria di Jodie Foster nel difficile ruolo di Erica, e una magistrale fotografia di Philip Rousselot (aficionado di Neil Jordan e apprezzato professionista anche nelle ultime produzioni di Tim Burton). In molti appenderanno la propria giacca su questo film: politici di ogni schieramento e legioni di critici che approfitteranno delle sue imperfezioni per vederci tutto e il contrario di tutto. A noi appare, in ultima analisi, un’occasione mancata. Urticante, interessante, ma inesorabilmente incompiuta.
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